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Pubblicato il 10.04.2018

La storia del lavoro in Veneto: lo sviluppo

Lo sfruttamento dell’energia idroelettrica chiave di volta per lo sviluppo industriale veneto nel Novecento

Centrale idroelettrica di Nove (TV)Il decollo industriale del Veneto coincise con l’incremento della disponibilità di energia elettrica. La nostra regione poteva sopperire infatti alla carenza di combustibili fossili con l’abbondanza di corsi d’acqua da trasformare in energia idroelettrica.

Lo sfruttamento dei corsi d’acqua montani non era comunque una novità all’interno del panorama industriale regionale. I grandi opifici tessili, infatti, erano soliti utilizzare il potenziale idroelettrico veneto ancor prima che sorgessero le imprese destinate a caratterizzare il settore. Si trattava, tuttavia, di interventi di potenziale limitato, volti prevalentemente all’autoconsumo. D’altra parte, l’energia così prodotta veniva utilizzata, più che per azionare macchinari a propulsione elettrica, per fornire i reparti d’illuminazione artificiale in modo da estenderne la produttività anche in orario notturno.

Un ulteriore impulso allo sviluppo del comparto arrivò anche dal crescente interesse delle amministrazioni locali. La creazione di apposite joint-venture tra capitale pubblico e privato fornì infatti gli strumenti finanziari necessari a dotare le città del Veneto della prima forma d’illuminazione elettrica. Gli stimoli provenienti da questo nuovo tipo di mercato, cui ben presto si aggiunsero anche le esigenze della piccola manifattura che proprio verso la fine dell’Ottocento stava iniziando a introdurre i primi macchinari mossi ad energia elettrica, non riuscirono comunque a incidere visibilmente sulla nascente industria idroelettrica, che a inizio Novecento faticava a raggiungere i 10.000 kW di potenza complessiva.

La svolta arrivò nel 1900 con la realizzazione della “Società anonima per la utilizzazione delle forze idrauliche del Veneto”, fondata con lo scopo di edificare una grande centrale sul torrente Cellina (Pn). La realizzazione di questo primo impianto, oltre a far conoscere tale società proprio con il nome di “Cellina”, rappresentò un punto di svolta nella storia industriale veneta. La sua costruzione, resa possibile dal credito fornito dai principali istituti bancari dell’epoca, e la sua gestione favorirono, infatti, la formazione del know-how necessario alla progettazione, costruzione e gestione di ulteriori centrali: alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, la “Cellina” riusciva a generare 20.000 kW nelle sole centrali di Fadalto e Nove.

Il 1905 segnò un altro importante tassello nella storia dell’industrializzazione veneta: il 31 gennaio, grazie alla spinta di un giovane Giuseppe Volpi e del Conte Revedin, prendeva vita la “Società Adriatica di Elettricità”, conosciuta con il ben più famoso acronimo di “Sade”. A differenza della Cellina, la Sade si distinse fin dalla nascita per la sua decisa vocazione razionalizzatrice. Oltre all’apertura di nuove centrali, i vertici dell’azienda si concentrarono sull’acquisizione di una miriade di piccoli impianti dislocati in tutto il Veneto. Ciò comportò anche un sensibile efficientamento nella distribuzione dell’energia prodotta, resosi necessario per soddisfare le crescenti domande di elettricità, cui talvolta si provvedeva anche con l’acquisto di energia fornita da produttori più grandi.

La diffusione della disponibilità energetica ebbe effetti positivi anche sul tessuto produttivo regionale, come si può evincere dal censimento industriale condotto nel 1911. La rilevazione statistica rivela, infatti, un deciso incremento nell’utilizzo di motori a trazione elettrica anche tra le piccole e medie imprese, con indubbio giovamento sul fronte della produzione.

Il Veneto industriale di inizio Novecento dimostrava, pertanto, la sua natura di terra di imprenditorialità diffusa sul territorio che trovava nell’azienda di dimensione ridotta il suo modello di sviluppo. Accanto a queste realtà, che continuavano ad annoverare nella meccanica la propria punta di diamante, il Ventesimo secolo registrava anche l’espansione dell’industria alimentare. L’intervento di ingenti risorse economiche contribuì allo sviluppo dell’attività molitoria, trasformandola da vocazione artigianale a standard propriamente industriali, nonché al celere decollo del comparto saccarifero, che da solo giunse presto a rappresentare il 20% della produzione nazionale.

Gli eventi bellici che funestarono la regione, soprattutto a seguito della rotta di Caporetto e il conseguente assestamento della linea del fronte lungo il Piave, colpirono duramente il patrimonio industriale regionale. La ricostruzione, tuttavia, fu straordinariamente rapida e già negli anni ‘20 il numero di occupati nel settore industriale crebbe del 60% rispetto al periodo anteguerra, interessando buona parte delle province venete. La manifattura regionale poté giovarsi di una favorevole congiuntura economica, spinta dal rilancio dei consumi – crollati di fronte alle esigenze dell’economia di guerra – e dall’attività di ricostruzione. Il settore industriale veneto, d’altro canto, fu toccato solo marginalmente dalle agitazioni operaie del cosiddetto “biennio rosso” che coinvolsero in misura prevalente i grandi complessi tessili del Vicentino.

Il vero fattore di spinta, quantitativa e qualitativa, va però ricercato proprio negli anni della Grande Guerra. Nel febbraio del 1917 nasceva il “Sindacato di studi per imprese elettro-metallurgiche e navali nel Porto di Venezia” che si prefiggeva un importante obiettivo: la creazione di un polo industriale capace di colmare le lacune presenti all’interno del tessuto industriale veneto, quali l’assenza di una cantieristica che esulasse dalla mera produzione artigianale o di una siderurgia capace di soddisfare le molteplici esigenze della meccanica regionale.

Il vero fattore di novità, tuttavia, fu rappresentato dalla vasta presenza di realtà produttive legate alla “seconda rivoluzione industriale”: porto Marghera, fin dalla nascita, si caratterizzò per la forte presenza dei settori della chimica e del ciclo di lavorazione del petrolio, rappresentando, dopo soli dieci anni dalla fondazione, un centro di industrie di base decisivo non solo per la crescita del Veneto, ma dell’intero settore secondario nazionale.

 

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