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Pubblicato il 13.07.2026

Il Veneto entra nell’era della scarsità di lavoro? No, della scarsità di lavoratori


Per molti anni il dibattito sul mercato del lavoro si è concentrato sulla domanda: come creare nuovi posti di lavoro, come ridurre la disoccupazione, come sostenere la crescita economica. Oggi, almeno in Veneto, il paradigma è cambiato.

Il rapporto “OPUS/6 – Scenari evolutivi e sostenibilità del mercato del lavoro” di Veneto Lavoro fotografa una trasformazione destinata a segnare il prossimo decennio: il vero vincolo allo sviluppo non sarà più la mancanza di lavoro, ma la mancanza di lavoratori

I numeri sono eloquenti.

Il Veneto presenta uno dei mercati del lavoro più solidi d’Italia: il tasso di occupazione ha raggiunto il 69,3%, la disoccupazione è scesa al 3,5% e la partecipazione al lavoro è ai massimi storici. Nonostante il rallentamento dell'economia, il sistema produttivo continua a richiedere forza lavoro. 

Ma dietro questa apparente solidità si nasconde una dinamica molto più profonda.

Entro il 2030, in assenza di flussi di mobilità territoriale (esito dell'attrattività del Veneto verso nuovi residenti e lavoratori, sia italiani che stranieri comunitari o extracomunitari) il Veneto perderà circa 192.000 residenti in età lavorativa e potrà contare su 109.000 occupati in meno nella fascia tra i 15 e i 64 anni. Non è una crisi economica: è una trasformazione demografica.

Questo dato modifica radicalmente il modo di interpretare le politiche del lavoro.

Per la prima volta dopo decenni, il problema non consiste tanto nel creare occupazione, quanto nel garantire che esistano persone sufficienti per occupare i posti di lavoro disponibili.

Il rapporto costruisce diversi scenari. Se la domanda di lavoro dovesse semplicemente mantenersi ai livelli del 2025 (scenario intermedio), nel 2030 il Veneto avrebbe comunque bisogno di circa 192.000 lavoratori aggiuntivi. Se invece l’economia tornasse a crescere dell'1% all'anno, il fabbisogno salirebbe fino a quasi 300.000 persone

Di fronte a questi numeri non esistono soluzioni semplici.

Il documento individua tre grandi leve.

La prima riguarda la mobilità territoriale della forza lavoro che considera i trasferimenti di residenza dall'estero e da altre regioni italiane e dai flussi migratori (erroneamente ripresa dagli organi di stampa come flussi migratori) destinata a diventare una componente strutturale della competitività regionale. Scenario intermedio 64.000 da saldo migratorio.

La seconda è rappresentata dal prolungamento della vita lavorativa. Gli occupati con più di 65 anni sono destinati a fornire il contributo quantitativamente più importante al riequilibrio del mercato del lavoro, con oltre centomila lavoratori aggiuntivi nello scenario intermedio. Scenario intermedio 111.000 over 65.

La terza leva è l’occupazione femminile, ancora inferiore rispetto alle migliori esperienze europee. Un incremento di appena due punti percentuali del tasso di occupazione femminile, scenario intermedio, potrebbe mettere a disposizione circa 17.000 lavoratrici in più entro il 2030.

La vera forza del rapporto, tuttavia, non è nei numeri ma nel messaggio che trasmette.

Gli autori ricordano che queste leve, da sole, potrebbero essere sufficienti solo se la domanda di lavoro rimanesse sostanzialmente stabile. Se invece il Veneto dovesse crescere con maggiore intensità, il deficit di lavoratori riemergerebbe rapidamente. 

E qui che il dibattito si sposta su un terreno ancora più strategico.

Il capitale umano non può essere considerato una variabile passiva. Occorre aumentare la produttività, investire nell'innovazione, diffondere l'intelligenza artificiale, rafforzare la formazione continua e migliorare la qualità del lavoro. Ogni punto di produttività guadagnato significa ridurre il fabbisogno di nuova forza lavoro e aumentare la competitività delle imprese.

C'è inoltre un altro aspetto che merita attenzione.

Il ricorso crescente agli over 65 rappresenta una risposta necessaria, ma non può diventare la soluzione permanente. Lo stesso rapporto evidenzia che questa leva tenderà fisiologicamente ad esaurirsi con il progressivo venir meno delle grandi generazioni del baby boom

Per questo motivo la vera sfida riguarda la capacità di trattenere i giovani, attrarre talenti, favorire l'immigrazione qualificata e costruire un territorio nel quale vivere e lavorare sia conveniente.

Il Veneto dispone di molti punti di forza: un tessuto produttivo diffuso, un'elevata occupazione, istituzioni solide e una forte capacità di esportazione. Ma proprio queste caratteristiche rischiano di trasformarsi in un limite se non saranno accompagnate da una disponibilità adeguata di capitale umano.

La questione demografica, quindi, non è più soltanto un tema sociale. È diventata una questione economica, industriale e di competitività.

La sostenibilità del mercato del lavoro non dipenderà esclusivamente dalla capacità delle imprese di creare occupazione, ma dalla capacità dell'intero sistema regionale di generare, attrarre e valorizzare persone.

In questo senso, OPUS/6 propone un cambio di prospettiva che dovrebbe orientare le politiche dei prossimi anni: non basta prepararsi al lavoro del futuro occorre assicurarsi che nel futuro ci siano abbastanza lavoratori per sostenerlo
 

Tiziano Barone, Direttore Veneto Lavoro

 

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