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Pubblicato il 05.06.2026

L'editoriale di ClicLavoro Veneto: oltre il decreto flussi

Criticità normative e organizzative nell’incontro tra fabbisogni occupazionali e lavoro straniero
 

Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano – e quello veneto in particolare – si è trovato di fronte a una tensione crescente tra fabbisogni occupazionali delle imprese e disponibilità effettiva di manodopera. In numerosi settori produttivi – dall’agricoltura alla logistica, dall’edilizia al turismo fino ai servizi di cura – la difficoltà di reperire personale rappresenta ormai un fattore strutturale che incide direttamente sulla competitività delle imprese e sulla sostenibilità dei sistemi produttivi territoriali.

In questo contesto, le politiche migratorie orientate al lavoro dovrebbero svolgere una funzione di regolazione efficace dell’incontro tra domanda e offerta. Tuttavia, l’attuale assetto normativo e organizzativo presenta una serie di criticità che, di fatto, rallentano e talvolta distorcono i percorsi di inserimento lavorativo dei lavoratori stranieri. Alcune di queste criticità sono riconducibili a limiti strutturali degli strumenti normativi; altre derivano da modalità attuative non sempre coerenti o adeguate rispetto agli obiettivi dichiarati dal legislatore.

 

Il limite strutturale del decreto flussi

Il principale canale ordinario di ingresso per lavoro subordinato dei cittadini non comunitari resta il decreto flussi, previsto dall’art. 3 del Testo Unico sull’Immigrazione. Si tratta di uno strumento concepito per programmare annualmente gli ingressi sulla base delle esigenze del mercato del lavoro.

Tuttavia, nella prassi applicativa questo meccanismo mostra limiti sempre più evidenti. Il sistema presuppone che l’incontro tra domanda e offerta di lavoro avvenga a distanza, spesso tra imprese italiane e lavoratori che si trovano all’estero e che non hanno alcun contatto diretto con il sistema produttivo italiano. In assenza di una presenza strutturata nei Paesi di origine – in particolare delle agenzie per il lavoro o di altri soggetti accreditati capaci di svolgere attività di preselezione e intermediazione trasparente – questo incontro risulta spesso mediato da soggetti informali.

Il risultato è che lo spazio lasciato vuoto da canali istituzionali organizzati viene frequentemente occupato da intermediari irregolari, truffatori o reti di sfruttamento, che promettono l’accesso alle quote del decreto flussi in cambio di somme rilevanti. Il paradosso è evidente: uno strumento nato per regolare i flussi migratori rischia di alimentare circuiti opachi di intermediazione, proprio perché manca un’infrastruttura operativa pubblica (ambasciate, consolati, delegazioni dell’Unione europea) capace di governare la fase preliminare di selezione e reclutamento nei Paesi di origine (almeno nei Paesi con accordi di riammissione).

 

Quote insufficienti e incertezza per le imprese

Un secondo elemento critico riguarda la dimensione quantitativa delle quote programmate annualmente. Nella maggior parte dei casi, esse risultano significativamente inferiori rispetto ai fabbisogni effettivi espressi dal sistema produttivo.

Questa sproporzione genera un duplice effetto distorsivo. Da un lato, alimenta una competizione esasperata tra imprese nella fase di presentazione delle domande; dall’altro, introduce un elemento di forte incertezza per i datori di lavoro che, pur avendo un fabbisogno reale e immediato di personale, sono esposti all’alea del cosiddetto click day, che di fatto trasforma una procedura amministrativa in una sorta di lotteria informatica.

Il risultato è che molte imprese, pur avendo individuato lavoratori disponibili, non riescono ad accedere alle quote disponibili. 

Tale squilibrio tra fabbisogni produttivi e quote disponibili emerge con evidenza anche dai più recenti dati nazionali sulle conversioni dei permessi di soggiorno da lavoro stagionale a lavoro subordinato. Secondo un’analisi pubblicata dal Sole 24 Ore del 13 aprile 2026, nel solo 2025 le richieste di conversione hanno superato le 24.000 unità, con un incremento di quasi cinque volte rispetto ai 5.000 posti inizialmente previsti dal decreto flussi triennale 2023-2025 prima della liberalizzazione introdotta nel 2024. Particolarmente significativo è il dato relativo al Veneto, dal quale proviene oltre il 26% delle richieste nazionali. Il fenomeno conferma come il sistema produttivo tenda sempre più a ricercare strumenti alternativi al click day e alle quote rigide, privilegiando percorsi che consentano una maggiore stabilità occupazionale e una minore aleatorietà amministrativa.

 

Tempistiche amministrative non compatibili con i cicli produttivi

Anche quando la domanda rientra nelle quote disponibili, un ulteriore problema riguarda le tempistiche istruttorie. Tra la presentazione della domanda, il rilascio del nulla osta, l’ottenimento del visto e l’effettivo ingresso in Italia possono trascorrere diversi mesi.

Per molte imprese – in particolare nei settori caratterizzati da forte stagionalità o da cicli produttivi brevi – tali tempi risultano difficilmente compatibili con le esigenze organizzative. Il rischio è che, quando il lavoratore riesce finalmente a entrare in Italia, il fabbisogno che aveva motivato la richiesta sia nel frattempo mutato o addirittura venuto meno.

In questo senso, la distanza tra tempi amministrativi e tempi dell’economia reale rappresenta uno dei principali fattori di inefficienza del sistema.

 

Il fenomeno delle domande elusive

Negli ultimi anni è emerso inoltre un fenomeno particolarmente problematico: la presenza di migliaia di richieste di nulla osta formalmente regolari ma sostanzialmente elusive.

In molti casi, le domande vengono presentate da soggetti che non hanno un effettivo interesse all’assunzione del lavoratore, ma che agiscono per conto di reti di intermediazione informale. Le semplificazioni introdotte dal legislatore negli ultimi interventi normativi – pensate per accelerare l’ingresso dei lavoratori effettivamente richiesti dalle imprese – sono state talvolta utilizzate in modo opportunistico da queste reti.

Ne deriva una distorsione significativa del sistema: quote che dovrebbero essere destinate a soddisfare fabbisogni occupazionali reali finiscono per essere intercettate da meccanismi speculativi, con conseguenze negative sia per i lavoratori sia per le imprese.

 

Strumenti alternativi poco utilizzati

Accanto al decreto flussi, il Testo Unico sull’Immigrazione prevede una serie di canali alternativi di ingresso per lavoro che potrebbero contribuire a rendere il sistema più flessibile, programmabile ed efficiente, ma che risultano ancora scarsamente utilizzati dalle imprese e dagli intermediari del mercato del lavoro.

Un primo strumento di particolare interesse è rappresentato dall’articolo 23 del Testo Unico sull’Immigrazione, che disciplina i programmi di istruzione e formazione professionale nei Paesi di origine. La norma consente di realizzare percorsi formativi finalizzati all’inserimento lavorativo in Italia, con particolare attenzione alla formazione linguistica, all’orientamento culturale e alla rilevazione delle competenze professionali. I programmi possono essere promossi da soggetti pubblici o privati italiani o stranieri dotati di adeguata capacità organizzativa e rappresentano uno dei pochi strumenti capaci di creare un incontro domanda-offerta realmente governato e trasparente già nel Paese di origine.

In tale prospettiva appare particolarmente significativa l’esperienza del progetto THAMM, sviluppato da Veneto Lavoro in collaborazione con il Ministero del Lavoro e con l’OIM in Marocco, nell’ambito del quale la formazione professionale, la selezione dei candidati e l’accompagnamento linguistico vengono realizzati prima dell’ingresso in Italia, riducendo il rischio di intermediazioni irregolari e migliorando la qualità dell’inserimento lavorativo.

Sempre nell’ambito dei canali alternativi, un ruolo importante è svolto dall’articolo 27 del Testo Unico, dedicato all’ingresso per lavoro “in casi particolari”. La norma consente infatti l’ingresso al di fuori delle quote del decreto flussi di categorie di lavoratori caratterizzate da specifiche professionalità o da particolari esigenze organizzative. Rientrano in questo ambito, ad esempio, infermieri professionali destinati a strutture sanitarie pubbliche e private, lavoratori dello spettacolo, docenti universitari, ricercatori, traduttori e interpreti.

Tra le articolazioni maggiormente interessanti dell’articolo 27 vi è l’ipotesi prevista dalla lettera f), relativa all’ingresso per attività di formazione e tirocinio sulla base di progetti approvati dalle Regioni. Si tratta di uno strumento che potrebbe essere valorizzato molto più ampiamente nei settori caratterizzati da carenza strutturale di personale, consentendo alle imprese di costruire percorsi graduali di qualificazione e inserimento professionale.

Un ulteriore strumento ancora poco conosciuto ma di crescente rilevanza è rappresentato dai trasferimenti intra-societari disciplinati dagli articoli 27-quinquies e 27-sexies del Testo Unico. Tali disposizioni consentono il trasferimento temporaneo in Italia di dirigenti, lavoratori specializzati o dipendenti in formazione appartenenti a gruppi multinazionali, attraverso meccanismi di distacco internazionale.

Il distacco transnazionale rappresenta oggi uno strumento particolarmente utile nei processi di internazionalizzazione delle imprese e nella gestione di filiere produttive globali. Si pensi, ad esempio, al trasferimento temporaneo di tecnici specializzati da una società estera verso uno stabilimento italiano del gruppo per l’avvio di nuovi impianti produttivi; oppure al distacco di personale altamente qualificato nel settore ICT per la realizzazione di specifici progetti tecnologici; o ancora ai gruppi sanitari internazionali che utilizzano tali strumenti per favorire percorsi di formazione specialistica e trasferimento di competenze tra strutture appartenenti allo stesso network societario.

Questi strumenti presentano un potenziale significativo perché consentono di costruire percorsi di ingresso più strutturati, programmati e coerenti con i reali fabbisogni produttivi rispetto al meccanismo generalizzato del click day

Inoltre, la normativa prevede la possibilità di accreditare o convenzionare le imprese presso il Ministero del Lavoro, consentendo procedure autorizzative più rapide per l’ingresso di singoli lavoratori o gruppi di lavoratori. Nonostante ciò, l’utilizzo di questi strumenti resta ancora limitato, sia per la complessità tecnica delle procedure, sia per uno scarso investimento organizzativo da parte delle associazioni di categoria e delle agenzie per il lavoro, che potrebbero invece svolgere un ruolo decisivo nella costruzione di filiere di reclutamento legali, trasparenti e maggiormente aderenti alle esigenze del mercato del lavoro.

 

La complessità di un quadro normativo stratificato

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la crescente stratificazione normativa che caratterizza la disciplina dell’immigrazione per lavoro.

Negli ultimi anni il legislatore nazionale ed europeo è intervenuto ripetutamente con misure spesso dettate da esigenze emergenziali. Questo processo ha prodotto un sistema normativo articolato e talvolta frammentato, nel quale disposizioni di natura diversa – legislative, regolamentari e amministrative – si sovrappongono nel tempo.

Una delle conseguenze più evidenti è la difficoltà interpretativa che ne deriva, accompagnata da una certa eterogeneità negli orientamenti applicativi delle diverse amministrazioni coinvolte: sportelli unici per l’immigrazione, questure, ispettorati del lavoro, rappresentanze diplomatiche.

Questa variabilità applicativa può generare incertezza sia per le imprese sia per gli operatori del mercato del lavoro, riducendo la prevedibilità dei procedimenti amministrativi.

 

Verso un approccio più strutturale

Le criticità descritte non devono essere interpretate come un limite intrinseco alla regolazione dei flussi migratori per lavoro. Piuttosto, evidenziano la necessità di un approccio più strutturale e meno emergenziale alla gestione del fenomeno.

Rafforzare la presenza istituzionale nei Paesi di origine (almeno nei paesi con accordi di riammissione) tramite le Ambasciate ed i Consolati, coinvolgere maggiormente le agenzie per il lavoro e le associazioni di categoria nei processi di selezione e formazione, valorizzare gli strumenti alternativi già previsti dalla normativa e semplificare il quadro regolatorio sono alcune delle direttrici lungo le quali potrebbe svilupparsi un sistema più efficiente.

In un contesto di progressivo invecchiamento demografico e di crescente competizione internazionale per l’attrazione di lavoratori qualificati, la capacità di costruire canali legali, trasparenti e tempestivi di ingresso per lavoro rappresenta non solo una questione di politica migratoria, ma anche una componente essenziale delle politiche del lavoro e dello sviluppo economico.

Ed è proprio su questo terreno – quello dell’integrazione tra politiche migratorie e politiche del lavoro – che si gioca una parte significativa della capacità del sistema produttivo italiano di affrontare le sfide dei prossimi anni.

 

Tiziano Barone, Direttore di Veneto Lavoro

Marco Ferrero, Coordinatore Consulta Forum Terzo Settore Cooperazione e Immigrazione 

 

*testo elaborato nell'ambito del progetto FAMI “POLIS - Piano Obiettivo Lavoro e Integrazione Sociale per i cittadini di Paesi terzi in Veneto” Prog. 916

 

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