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Pubblicato il 17.04.2018

La storia del lavoro in Veneto: il recupero post bellico e lo sviluppo del “modello veneto”

La rinascita industriale del Veneto tra continuità e innovazione

Il secondo conflitto mondiale colpì duramente il tessuto produttivo regionale. Le fabbriche venete, già provate dalla tipica penuria di materie prime che caratterizza l’economia di guerra, dovettero fare inoltre i conti con il drammatico stato in cui versavano le infrastrutture, uscite decisamente malconce dagli avvenimenti bellici che sconvolsero anche la nostra regione.

La fine delle ostilità, d’altro canto, comportò la riapertura dei mercati internazionali e la ripresa dei tradizionali canali commerciali. In tal senso, la risposta del laniero vicentino rappresenta un esempio calzante delle strategie adottate dalle aziende venete per far fronte alle oggettive difficoltà riscontrate dal settore secondario: azzerate le riserve di valuta pregiata, che costituivano il mezzo privilegiato per l’interscambio con l’estero, i lanifici vicentini s’ingegnarono a trovare metodi di pagamento alternativi. All’apertura di linee di credito con i partner tradizionali ben presto si affiancò la decisione di versare il corrispettivo del valore della materia prima lavorata in prodotti finiti.

Questa formula innovativa nella sua semplicità permise, già nell’autunno del 1946, di mettere in moto gli ingranaggi di innumerevoli stabilimenti veneti che, superata la crisi produttiva postbellica, seppero inserirsi nell’incremento del volume dell’export nazionale e riuscirono ad interfacciarsi con il crescente mercato nazionale. A giovare furono certamente alcune favorevoli congiunture economiche, quali l’aiuto finanziario estero, nonché la capacità di sfruttare al meglio il ribasso globale di alcune materie prime, quali le lane provenienti dal Commonwealth, rimaste invendute durante la guerra.

Furono, tuttavia, la ricostruzione e la riconversione produttiva degli impianti il vero volano della ripresa economica. Questo decisivo connubio fu particolarmente visibile all’interno del polo industriale di Marghera: uscito pesantemente danneggiato dal conflitto, tra il ’45 e il ’50 si registrò non solo la ripresa dei valori occupazionali antecedenti la guerra, ma anche il fiorire di nuove realtà imprenditoriali. Tra di esse, a spiccare fu certamente la giovane industria dell’alluminio: il dinamismo del settore, trainato dall’apertura di due fonderie, rappresentò un ulteriore stimolo alla crescita della produzione industriale, comportando anche la nascita di un vasto indotto composto da numerose piccole e medie imprese che seppero inserirsi nei più vari settori della filiera produttiva.

E fu proprio l’espansione di queste realtà imprenditoriali il tratto che caratterizzò il tessuto industriale regionale nei primi anni ’50. Se è vero che le origini storiche della piccola e media impresa veneta si possono già riscontrare negli anni ’30 del Novecento, come risposta dei singoli artigiani alle difficoltà tipiche di quel decennio, le prospettive economiche del dopoguerra contribuirono a sviluppare fermenti di imprenditorialità capillarmente diffusi sul territorio.

Un’interessante disamina di questo trend di crescita può pervenire dall’analisi dei dati occupazionali raccolti dall’Istat nel 1951. Il censimento consegna un tessuto industriale composto da poco più di 56.000 aziende attive sul territorio, per un totale di circa 356 mila occupati, prevalentemente nei settori alimentare, chimico e tessile, che, perso il suo ruolo di centralità, continuava comunque a mantenere una certa preminenza nel panorama produttivo. Buoni segnali provenivano anche dalla meccanizzazione diffusa delle fabbriche venete: la media censita di 2,48 HP (cavalli vapore) per addetto (con picchi di 9,3 HP pro capite nel settore metallurgico e di 8 HP nel chimico), sono la prova del processo di modernizzazione che il “sistema fabbrica” del Veneto stava vivendo.

Se da una parte la vivacità della piccola-media impresa può venir ricondotta alla crescita economica nazionale che investì il Paese durante il decennio del “boom economico”, il suo tratto saliente era costituito dalla sorprendente espansione nel settore della manifattura leggera. Le aziende venete si specializzarono, infatti, a produrre una vasta gamma di prodotti, dimostrando una particolare vocazione per la meccanica leggera, che come osservato negli articoli precedenti può riscontrare una certa vitalità già a cavallo tra fine Ottocento e inizio Novecento.

L’evoluzione, oltre che numerica, era anche di carattere qualitativo. Il settore meccanico veneto, che tra gli anni ’50 e ’70 registrò i risultanti più performanti all’interno del manifatturiero regionale, mutava radicalmente la sua veste produttiva. Tale cambiamento venne sancito dal passaggio da una filiera caratterizzata da produzioni di basso tenore tecnologico, che limitava i processi produttivi nel mero assemblaggio di componenti confezionate fuori regione o all’estero, alla realizzazione di manufatti ingegnerizzati in proprio. Ed è esattamente da questo processo, iniziato negli anni ’50 e protrattosi nei decenni successivi, che sorsero alcuni marchi destinati a marcare profondamente il quotidiano non solo di molti veneti, ma anche di numerosi italiani. Basti pensare alla nascente industria degli elettrodomestici.

Il tumultuoso sviluppo di questo nuovo concetto di imprenditoria, sorto all’ombra dei grandi poli industriali che, come nel caso di Marghera, continuavano a operare pur nelle difficoltà dei rispettivi settori, doveva buona parte del suo successo alla profonda cultura artigianale che perdurava, nonostante il repentino evolversi delle aziende venete. Anzi, in taluni casi, questo caratteristico know-how contribuì alla nascita di altri settori.

È certamente il caso del calzaturiero sportivo del Montebellunese. Nato con una vocazione profondamente artigiana, la sua espansione fu merito della continua innovazione tecnologica dei produttori del settore e della fortunata intuizione di sfruttare al meglio le caratteristiche dei nuovi materiali plastici. La ridistribuzione delle fasi di produzione lungo impianti minori, oltre a risultare vincente, rappresenta il giusto paradigma per comprendere la fortuna e capire l’essenza stessa del modello economico veneto.

Un modello che nonostante i processi di ristrutturazione imposti dalla globalizzazione è ancora oggi caratterizzato da un elevato numero di piccole e medie imprese, prevalentemente manifatturiere, soprattutto prima della crisi iniziata nel 2008, ma ora sempre più attive anche nel settore dei servizi. Un sistema imprenditoriale che ha fatto del proprio know-how artigianale e della capacità di aggregazione, oltre ad una crescente propensione all'internazionalizzazione e all'innovazione, le chiavi del proprio successo. Non è un caso che recenti studi pongano i distretti industriali del Veneto ai vertici della graduatoria nazionale per performance di crescita e redditività. Un fenomeno che analizzeremo con attenzione nel corso delle prossime settimane.
 

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