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Pubblicato il 03.04.2018

La storia del lavoro in Veneto: le origini

Il decollo industriale del Veneto trae origine dallo sviluppo del settore tessile nel corso dell’Ottocento

L’immaginario comune considera il decollo industriale del Veneto come un avvenimento recente, che interessò la Regione, grosso modo, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Indubbiamente, il tessuto produttivo dei nostri territori registrò un poderoso irrobustimento proprio in quel periodo, ma la creazione di nuovi poli manifatturieri non rappresenta il punto d’inizio delle vicende industriali regionali. L’emergere del fenomeno tipicamente veneto della “fabbrica per ogni campanile”, risulta infatti come un lungo processo che può vantare radici ben più profonde.

L’esordio dell'industria veneta, analogamente a quanto riscontrabile nei paesi testimoni della rivoluzione industriale, coincide con lo sviluppo del tessile. Il nucleo originario del settore, che trovò nel laniero la sua vocazione naturale, si può riscontrare già durante il Settecento. Fu tuttavia nel corso dell’Ottocento che il settore conobbe il suo momento di massima crescita. L’intuizione di alcuni imprenditori passati alla storia industriale (Rossi e Marzotto in primis), che contribuirono al passaggio delle lavorazioni da un sistema proto-industriale al sistema fabbrica, e l’abbondanza di materie prime e fonti energetiche, rappresentarono gli ingredienti indispensabili per formare nell’alto vicentino un vero e proprio distretto che, già a metà Ottocento, rappresentava, assieme a Biella e Prato, uno dei tre centri della produzione laniera italiana.

Il principale fattore che contribuì alla fortuna del laniero veneto, capace di spiegare il successo del “triangolo laniero” dell’alto vicentino tra Schio, Thiene e Valdagno, e la presenza di realtà analoghe anche nell’alto trevigiano attorno a Follina e Soligo, è il plurisecolare background culturale formatosi nel territorio e che trae le proprie radici dall’antica consuetudine della produzione tessile per l’autoconsumo domestico. I nuclei familiari rurali disponevano, infatti, del know-how necessario, spesso tramandato di padre in figlio, affinché tale attività contribuisse al sostentamento economico del focolare durante i momenti di pausa delle attività agricole.

I dati pervenuti dalla prima inchiesta ministeriale che interessò il Veneto, condotta tra il 1870 e il 1874, contribuiscono a gettare ulteriore luce sull’importanza del settore laniero all’interno del panorama industriale veneto. Tra le 146 aziende venete, che rappresentavano il 13,4% del campione nazionale censito, il laniero era rappresentato da ben 24 realtà, di cui 13 ubicate nella sola provincia di Vicenza. Diciannove erano invece gli stabilimenti dedicati alla produzione di filati in seta, a riprova dell’antica tradizione che l’attività serica poteva vantare nella storia della nostra Regione. Dei 64.000 addetti nel settore industriale, gli occupati del tessile rappresentavano, da soli, il 36% dell’intera forza lavoro. Le grandi fabbriche del laniero vicentino, inoltre, spiccavano non solo per il tasso tecnologico, ma anche per cavalli vapore installati.

Oltre a questo primato i dati svelano un altro aspetto che contribuì allo sviluppo economico della regione: la nascita, a fine Ottocento, di un modello di imprenditorialità diffusa, ramificato in differenti settori produttivi. Si trattava certamente di realtà medio-piccole, distribuite lungo il territorio regionale a macchia di leopardo e che salvo rare eccezioni impiegavano poche decine di lavoratori (in qualche circostanza, anche meno di dieci). In alcuni casi, come ad esempio l’alimentare e il meccanico, molte aziende avevano tuttavia già accantonato l’ottica di un’economia di “basso cabotaggio”, volta unicamente al soddisfacimento di esigenze locali, riuscendo a interagire proficuamente con gli stimoli provenienti dal mercato nazionale e a inserire i propri prodotti, seppur gradualmente, nei circuiti commerciali internazionali. La comparsa di queste realtà trae indubbiamente beneficio dal policentrismo urbano del Veneto che forniva altrettanti sbocchi per le produzioni, condizione necessaria per un primo e indispensabile accumulo di capitale da reinvestire. Altre risorse, inoltre, venivano dal mondo agricolo, dal piccolo proprietario che scopriva una fonte economica con cui integrare il reddito proveniente dal lavoro sui campi. Un ulteriore impulso fu dato dall’istituzione delle prime Casse rurali e Banche popolari: l’apertura al credito contribuì certamente a irrobustire le attività artigianali, consentendo loro una trasformazione in un’ottica più propriamente industriale.

In questa prima fase di industrializzazione, la diffusione industriale veneta rimaneva vincolata alla disponibilità di fonti energetiche: priva di combustibili fossili, la nostra regione poteva vantare un’indubbia ricchezza in fatto di energia idraulica, il cui sfruttamento per fini produttivi si perde nella notte dei tempi. Non è un caso, dunque che la maggior parte della potenza generata provenisse dall’idroelettrico, che interessava non solo l’arco alpino, ma anche la pianura.

Fu tuttavia il suo capillare sfruttamento, unito alla razionalizzazione degli impianti in funzione, che rappresentò, come vedremo, la chiave di volta per l’effettivo decollo industriale.

 

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