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Editoriale ClicLavoro Veneto occupazione anno 2017

L’editoriale di ClicLavoro Veneto: il mercato del lavoro veneto nel 2017

La crescita occupazionale si conferma sui livelli del 2016, ma sono sempre di più i contratti a termine

Il 2017 ha confermato in Veneto le tendenze già viste l’anno precedente: secondo i dati della Bussola di Veneto Lavoro, l’occupazione ha continuato a crescere, seppure in misura ridotta rispetto al dato record del 2015, quando gli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato avevano dato il via al recupero dei posti di lavoro persi durante la crisi, poi completatosi proprio nell’ultimo anno, e inaugurato una nuova fase di crescita occupazionale. 

I posti di lavoro guadagnati nell’arco dell’anno sono stati 34 mila, un valore del tutto analogo a quello del 2016, mentre estendendo l’analisi all’intero triennio 2015-2017 i posti recuperati diventano oltre 112 mila. Risultati che pongono il Veneto tra le regioni a maggiore tasso di crescita. I dati Istat sull'anno 2017, infatti, segnalano un tasso di occupazione al 66% (nel 2016 era al 64,7%) e un tasso di disoccupazione in diminuzione al 6,3% (dal 6,8% dell'anno precedente), il secondo più basso d'Italia dopo quello del Trentino Alto Adige.

Se in termini di numero di occupati, dunque, l’emergenza sembra superata, l’attenzione si sposta ora sulla qualità del lavoro: la maggior parte dei posti guadagnati nel 2017 è infatti con contratti a tempo determinato (+42.100), che concentrano anche il 58% delle assunzioni, e a crescere sono anche altre forme di lavoro precarie, quali la somministrazione (+2.300, con un aumento delle assunzioni del 20%) e, soprattutto, il lavoro intermittente. Quest’ultimo ha visto quasi triplicare il numero delle assunzioni (65.100 contro le 26.800 del 2016), con un saldo positivo di 15.500 posizioni di lavoro in più, il livello più alto mai registrato dal 2008. Ma per comprendere appieno le cause di queste dinamiche e soprattutto le possibili direzioni future del mercato del lavoro regionale è necessario tenere conto di novità normative e altri fattori che hanno determinato tali risultati.

L’espansione del lavoro a termine è imputabile innanzittutto al buon andamento del settore turistico, nel quale l’incidenza di tali contratti è logicamente superiore. Il settore dei servizi ha registrato nel 2017 una crescita di 24.300 posizioni di lavoro, la maggior parte delle quali proprio nel turismo, e oltre 123 mila negli ultimi dieci anni, a scapito soprattutto dell’industria, che nello stesso arco di tempo ha perso più di 70 mila posti di lavoro (solo dal 2015 anche il comparto industriale ha cominciato a recuperare posti di lavoro). È questo un chiaro sintomo del processo di terziarizzazione del mercato del lavoro regionale già in atto da diverso tempo e che la crisi ha contribuito ad accelerare.

Un altro fattore che ha inciso sull’aumento dei contratti a termine, in particolare di somministrazione lavoro, è paradossalmente il miglioramento del contesto economico. Attraverso la somministrazione, ad esempio, le imprese possono far fronte a eventuali picchi di lavoro senza particolari rischi ed è probabile che se la crescita economica diventerà stabile, e le previsioni per l’anno in corso sono incoraggianti, buona parte di tali contratti si trasformerà in rapporti di lavoro stabili. Infine, i fattori normativi: le liberalizzazioni entrate in vigore nel 2014 con il “decreto Poletti”, da un lato, e la stretta su altre forme di lavoro precario (collaborazioni, lavoro occasionale, abolizione dei voucher), dall’altro, hanno agevolato e incentivato il ricorso al tempo determinato contribuendo all’eccezionale espansione cui abbiamo assistito negli ultimi anni.

Un ragionamento analogo può essere applicato ai contratti stabili. Il boom registrato nel 2015, quando si erano contate più di 200 mila assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato, per un saldo complessivo di 63 mila posti di lavoro in più nell’arco dell’anno, era stato sospinto da generosi incentivi che prevedevano per i neoassunti un esonero contributivo triennale fino a 8.060 euro l’anno. L’anno successivo i flussi si erano normalizzati, sia per la stabilizzazione degli organici aziendali che per la diminuzione degli sgravi previsti. Stessa tendenza nel 2017, tranne che sul finire dell’anno quando l’attesa per i nuovi incentivi in arrivo nel 2018 si è tradotta nel posticipo di assunzioni e stabilizzazioni già previste. È questo il fattore che ha determinato più di ogni altro il calo delle posizioni di lavoro a tempo indeterminato registrato nell’ultimo anno (-17.200).

  • Fonte: Luca Candido - redazione ClicLavoro Veneto

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