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Pubblicato il 04.02.2021

L'editoriale di ClicLavoro Veneto: l’occupazione in tempo di Covid-19 e le sfide per il 2021

Il Direttore di Veneto Lavoro Tiziano Barone traccia un bilancio del mercato del lavoro nell’anno della pandemia e analizza le prospettive per il 2021


Il 2020 passerà agli archivi come un anno anomalo, una data spartiacque tra il mondo che conoscevamo e quello al quale ci siamo dovuti adattare, con mutamenti, soprattutto nella sfera delle relazioni sociali ed economiche, i cui effetti perdureranno in molti casi anche quando la pandemia sarà solo un ricordo.

Evidenti e pesanti ripercussioni si sono avvertite inevitabilmente anche sul mercato del lavoro. Nel 2020 l’emergenza Covid-19 ha comportato in Veneto una perdita di circa 40 mila posti di lavoro dipendente, tra mancate assunzioni e rapporti di lavoro cessati, riguardanti soprattutto contratti a termine non rinnovati. Il terziario è il settore più colpito. Solo nel turismo si contano 15 mila posti di lavoro in meno rispetto al 2019, corrispondenti circa il 40% della perdita occupazionale complessiva. In difficoltà anche commercio, logistica e alcuni comparti del Made in Italy, su tutti occhialeria e sistema moda. Rispetto al 2019 si contano quest’anno 12 milioni di giornate lavorate in meno, solo considerando il lavoro a termine, il più penalizzato dalle restrizioni imposte per contenere la diffusione del contagio. Solo a partire dall’estate, con l’allentamento delle misure restrittive, si è verificato un parziale recupero, ma negli ultimi mesi l’aggravarsi della situazione epidemiologica e le nuove chiusure hanno determinato nuove perdite.

L’attuale crisi, di cui ancora non è possibile quantificare con esattezza le effettive conseguenze, si innesta peraltro in un mercato del lavoro che già negli ultimi anni era profondamente mutato, anche a causa della prima grande crisi occupazionale di questo secolo. Tra il 2008 e il 2014 il mercato del lavoro veneto ha perso circa 70 mila posizioni di lavoro dipendente. Il tasso di occupazione è sceso dal 66,4% del 2008 al 63,7% del 2014, mentre al contrario sono cresciuti sensibilmente i livelli di disoccupazione (dal 3,4% al 7,5%) e, proprio in virtù dell’elevato numero di espulsioni dal mercato del lavoro, il numero di dichiarazioni di immediata disponibilità al lavoro rilasciate ai Centri per l’Impiego della regione (da 83 mila a 158 mila).

Tra il 2016 e il 2017, complice la congiuntura favorevole, le innovazioni normative e le politiche di incentivazione alle assunzioni, si è verificato il completo recupero dei posti di lavoro persi negli anni precedenti e si è avviata una nuova fase di espansione occupazionale, durata almeno fino all’arrivo dell’emergenza Covid.

Ma già prima della pandemia, nell’arco dei dieci anni precedenti, il mercato del lavoro aveva subito trasformazioni radicali. Si è assistito innanzitutto a una ricomposizione “settoriale”, nell’ottica di un graduale ma costante processo di terziarizzazione, in atto già da tempo ma accelerato dall’insorgere della crisi. Le migliaia di posti di lavoro persi nell’industria sono stati riassorbiti dal settore terziario, che ha vissuto una crescita senza precedenti, con una significativa intensificazione delle opportunità di lavoro soprattutto nel turismo, nel commercio, nell’istruzione e nelle professioni legate all’assistenza sanitaria.

Si è intensificato inoltre lo sviluppo di fenomeni distinti ma collegati tra loro: il mismatch tra domanda e offerta di lavoro e la polarizzazione del mercato del lavoro. Il primo si riferisce al disallineamento tra le richieste delle imprese e le competenze dei lavoratori, ovvero alla difficoltà da parte delle imprese di reperire figure professionali con competenze adeguate. Parallelamente, negli ultimi anni il mercato del lavoro ha visto crescere in maniera significativa le professioni a elevata specializzazione (e remunerazione) e quelle a bassa qualifica, scarsamente retribuite, intermittenti e spesso a orario ridotto. Tutto ciò a discapito delle professioni intermedie, impiegati e operai.

Alla vigilia dell’emergenza Covid-19 il mercato del lavoro si presentava dunque meno industrializzato e più legato a fattori stagionali, meno stabile e più incerto, caratterizzato da carriere professionali più discontinue, specie per i giovani e per i lavoratori a bassa qualifica, dal disallineamento tra domanda e offerta di lavoro e dal progressivo assottigliarsi della fascia media di lavoratori. La pandemia ha accentuato questi processi e colpito duramente proprio quei settori che avevano trainato la crescita degli ultimi anni: turismo, commercio, attività culturali.

Se dunque in passato il terziario aveva assorbito buona parte dei lavoratori espulsi dal mercato del lavoro, soprattutto giovani e donne, cosa accadrà ora che proprio quei settori sono stati i più penalizzati dagli effetti dell’emergenza Covid-19? Se anche dovesse verificarsi una ripresa del turismo e del commercio, come appare probabile, sarà questa sufficiente non solo a recuperare le perdite accumulate quest’anno ma anche ad assorbire la forza lavoro fuoriuscita dagli altri settori?

Ai circa 40 mila lavoratori che hanno perso il proprio posto di lavoro a causa della pandemia sarà infatti necessario aggiungere quanti lo perderanno al venir meno del blocco dei licenziamenti e della possibilità di accedere alla cassa integrazione. La prima misura ha infatti congelato buona parte dei licenziamenti che si verificano normalmente nel corso dell’anno (secondo uno studio di Veneto Lavoro possiamo ipotizzare circa 20 mila licenziamenti “sospesi”), mentre la seconda rischia di nascondere il reale stato di salute di molte realtà produttive. Alcune aziende, di fatto, faticano a sopravvivere e rischiano di scomparire quando non avranno più aiuti cui aggrapparsi. È il fenomeno delle cosiddette aziende “zombie”. È quindi lecito attendersi che molti lavoratori al momento sospesi non faranno più ritorno in azienda.

Sommando questi nuovi e futuri disoccupati ai circa 140 mila che fisiologicamente si registrano ogni anno in regione, nel 2021 il rischio concreto è quello di dover far fronte ad un esercito di circa 200 mila disoccupati che si rivolgeranno alla rete dei servizi per l’impiego del Veneto in cerca di un supporto nella ricerca di un nuovo lavoro.

Le sfide per il futuro sono dunque molteplici. Sarà innanzitutto necessario assicurare rapidità nella ripartenza del settore dei servizi, augurandosi che possa svolgere quel ruolo di volano dell’occupazione che ha già assunto in passato.

Inoltre, per evitare il rischio che il numero dei disoccupati non sia tale da rivelarsi ingestibile per l’attuale capacità di assorbimento della domanda di lavoro e di presa in carico da parte dei servizi per l’impiego competenti, è auspicabile che si proceda con gradualità alla dismissione delle misure di tutela dell’occupazione garantite in periodo di Covid.

Ma l’aspetto forse più importante è quello dell’aggiornamento e del rafforzamento delle competenze professionali, un tema che deve interessare tutti i lavoratori e che rappresenta un passaggio inevitabile per affrontare con efficacia le sfide che il mercato del lavoro ci sta già ponendo e ci porrà nella fase post pandemica. Per chi già lavora, è auspicabile che le stesse aziende promuovano attività di upskilling, che possano far sviluppare al lavoratore nuove e più qualificate competenze nell’ambito lavorativo in cui già operano, e attività di reskilling, ovvero lo sviluppo di abilità e competenze che possano essere utilizzate in differenti ambiti. Per chi rimarrà escluso dal mercato del lavoro sarà invece necessario poter accedere a un sistema di politiche attive universale, efficace e semplice da utilizzare, con particolare attenzione, anche in questo caso, al rafforzamento delle attività di formazione e alla riconversione delle competenze dei lavoratori più deboli, più vulnerabili e a maggior rischio di esclusione duratura dal mercato del lavoro.

Oggi più che mai l’aggiornamento delle proprie competenze è per il lavoratore un fattore chiave in termini di competitività e una garanzia di sicurezza nella transizione tra un lavoro e l’altro. Un vero e proprio diritto che però risulta ancora poco diffuso e che spesso non riesce a raggiungere proprio chi ne ha più bisogno, come lavoratori a bassa qualifica, con contratti atipici e over 50. Ma serve un’assunzione di responsabilità da parte del lavoratore stesso affinché la formazione non venga percepita esclusivamente come un diritto ma anche come un dovere, perché solo facendosi carico del proprio bagaglio di abilità e competenze, professionali e trasversali, ci si può garantire un percorso lavorativo stabile e duraturo. Anche e soprattutto nel mercato del lavoro post Covid.


Tiziano Barone, Direttore Veneto Lavoro

 

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