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Pubblicato il 21.12.2020

L'editoriale di ClicLavoro Veneto: previdenza pubblica e complementare, tra proposte di riforma e necessità di rilancio

Il Prof. Alberto Brambilla, tra i massimi esperti in tema di welfare e previdenza, analizza lo stato di salute del welfare in Italia e il ruolo, sempre più decisivo, della previdenza complementare 


Potremmo affermare senza timore di essere smentiti che il tema delle pensioni non passa mai di moda: si tratta di uno dei principali argomenti utilizzati dalla politica nelle competizioni elettorali e nel dibattito mediatico, oltre a essere motivo di dissensi e contrasti con le istituzioni europee e internazionali. In particolare, la maggior parte delle discussioni è incentrata sui costi del nostro welfare. 

Ma quanto spende lo Stato per la protezione sociale, vale a dire per pensioni, sanità e assistenza? Nel 2018 la spesa pubblica totale, comprensiva degli interessi sul debito pubblico, è stata pari a 853,618 miliardi di euro e le entrate da contributi e imposte si sono attestate a 816,11 miliardi, facendo così segnare un disavanzo di 37,5 miliardi, pari al 2,12% del PIL. Sul totale del bilancio, la spesa per prestazioni sociali è stata di 462,114 miliardi di euro, pari al 54,14% dell’intera spesa pubblica italiana, al 56,6% di tutte le entrate e al 26,18% del PIL. Si tratta quindi di una spesa assai rilevante se paragonata ai circa 45 miliardi per scuola, università e ricerca e ai 58 miliardi della spesa in conto capitale. Un dato che dovrebbe essere noto ai politici che promettono ripetutamente aumenti della spesa sociale senza procedere mai ad alcuna razionalizzazione.

Peraltro, l’aumento della spesa per prestazioni sociali registrato negli ultimi anni (+8,2% rispetto al 2012) è imputabile principalmente alla spesa assistenziale, nonostante sia opinione diffusa che all’interno della spesa sociale la parte preponderante sia quella destinata alle pensioni. Affermare che la gran parte della spesa sociale sia assorbita dalle pensioni espone al rischio, purtroppo già sperimentato con la riforma Monti-Fornero, di accanirsi sui requisiti pensionistici e sugli importi degli assegni anche attraverso tagli o mancati adeguamenti all’inflazione come sta già accadendo oggi. Insomma, una guerra continua ai pensionati veri, quelli che i contributi li hanno pagati davvero. Anche perché le pensioni sono finanziate con un’aliquota di scopo, cioè i “contributi sociali”, mentre le prestazioni assistenziali gravano interamente sulla fiscalità generale. Per questo motivo non è più rimandabile una netta separazione tra previdenza e assistenza.

Come abbiamo visto, a differenza di quello che spesso si afferma, ovvero che il nostro Paese spende poco per il welfare, la spesa per prestazioni sociali è molto rilevante e rappresenta oltre la metà dell’intera spesa pubblica italiana. Un onere difficilmente sostenibile nel prossimo futuro. Il nostro sistema pubblico dovrà allora essere necessariamente affiancato da un pilastro complementare.

Nel caso specifico del sistema pensionistico, peraltro, con l’introduzione del metodo di calcolo contributivo, la pensione è funzione dei contributi versati nel corso dell’intera vita lavorativa. Di conseguenza, se si versa poco o addirittura non si versa perché si fa un lavoro irregolare, soprattutto nei primi anni di attività professionale, si rischia di pregiudicare sin dall’inizio la propria futura pensione e, a differenza del passato, diventa molto più difficile recuperare. Con un'ulteriore complicazione sancita dalla riforma Monti-Fornero (e a più riprese discussa nelle successive proposte di controriforma): per chi ha versato pochi contributi, maturando di conseguenza una pensione bassa, non è più possibile contare sull’intervento dello Stato a mezzo di integrazioni al minimo o maggiorazioni sociali

La previdenza complementare diventa allora indispensabile per il futuro dei lavoratori considerando le sempre minori risorse pubbliche disponibili, l’enorme debito pubblico e la transizione demografica.

Cosa fare per promuovere questo importante strumento? Anzitutto, sarebbe necessario un cambio di mentalità politica, poiché al momento il tema del welfare complementare non gode di grande appeal tra i politici e alcune parti sociali; occorrerebbe, poi, il ripristino del fondo di garanzia perché la sua eliminazione ha negato agli oltre 6 milioni di lavoratori delle micro e piccole imprese il diritto alla pensione complementare; da ultimo, una riforma fiscale che elimini la tassazione annuale e riporti almeno all’11% la fiscalità sui rendimenti

Sarebbe, inoltre, utile un altro semestre di silenzio assenso e, ancor più necessario, evitare di intervenire sulla materia per i prossimi 10 anni, se non per aumentare il tetto di deducibilità pari a 5.164,57 euro annui che è fermo al 2005.

A cura di Alberto Brambilla, Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali


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