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Pubblicato il 28.05.2020

L’editoriale di ClicLavoro Veneto: la mancanza di manodopera in agricoltura tra regolarizzazioni, voucher e ricerca del personale

Il dibattito sulle difficoltà delle aziende agricole di reperire lavoratori stagionali per le attività di raccolta rimane incentrato su migranti e forme contrattuali ma dimentica le opportunità offerte dai servizi per l’impiego

 

Il dibattito sulla carenza di manodopera da impiegare nelle attività agricole stagionali e sulle possibili soluzioni alle difficoltà segnalate dalle aziende del settore non sembra essersi esaurito dopo il provvedimento di regolarizzazione voluto dal Governo e incluso nel recente Decreto Rilancio. Un provvedimento che si pone l’obiettivo di far emergere i rapporti di lavoro irregolare in alcuni settori, tra cui appunto quello agricolo, attraverso due canali distinti: la possibilità da parte del datore di lavoro di regolarizzare eventuali rapporti di lavoro irregolare, inerenti sia cittadini italiani che stranieri, e quella per i cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto di richiedere un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi per cercare un nuovo lavoro.

Una soluzione che secondo le associazioni agricole non consentirà di rispondere adeguatamente ai fabbisogni delle aziende del settore, sia perché interesserà una platea probabilmente insufficiente di lavoratori ma soprattutto per le tempistiche che le procedure richiedono e che non collimano con l’urgenza delle attività di raccolta. Per questo motivo il mondo agricolo continua a chiedere a gran voce l’attivazione di corridoi verdi europei, ovvero accordi bilaterali che permettano ai lavoratori agricoli di spostarsi agevolmente tra i diversi Paesi anche in periodo di emergenza Covid-19, e il ripristino dei voucher, uno strumento introdotto nel 2008 per il pagamento di prestazioni di lavoro occasionale accessorio in agricoltura. Successivamente la sua applicazione fu ampliata sia in relazione ai settori di attività che alle categorie di lavoratori impiegabili, determinando una crescita incontrollata e che nascondeva in alcuni casi un uso improprio dello strumento, utilizzato per coprire rapporti di lavoro irregolare anziché farli emergere. Fino a quando, nel 2017, il lavoro accessorio non venne definitivamente abrogato.

I voucher avevano tuttavia l’indubbio pregio di garantire una minima tutela previdenziale e assicurativa a fasce di lavoratori che prima ne erano sprovvisti (perché in nero), mentre per i datori di lavoro rappresentavano uno strumento flessibile, di facile utilizzo e poco oneroso, in grado di rispondere a necessità contingenti, transitorie e non strutturali, quali potevano essere proprio le attività stagionali agricole per cui erano stati istituiti. In alcuni casi, però, soprattutto in settori diversi da quello agricolo, il sistema dei voucher aveva contribuito a precarizzare il mercato del lavoro, perché utilizzato per attività tutt’altro che occasionali, e aveva spesso rimpiazzato, nei fatti, rapporti di lavoro subordinato più stabili. Almeno fino al rafforzamento dei meccanismi di tracciabilità, introdotti solo pochi mesi prima della definitiva abolizione del lavoro accessorio, non era infatti impossibile “congelare” un voucher e renderlo operativo solo in caso di controlli, mantenendo di fatto irregolare la natura del rapporto di lavoro. Accadeva inoltre che i voucher venissero utilizzati per retribuire un numero di ore molto inferiore rispetto a quelle effettivamente lavorate.

Proprio in sostituzione dei voucher vennero così introdotte nuove forme contrattuali per le prestazioni di lavoro a carattere occasionale e in particolare il Contratto di prestazione occasionale (Presto o Cpo). Per evitare gli abusi dei quali si era dimostrato suscettibile il lavoro accessorio retribuito tramite voucher, il contratto di prestazione occasionale prevede tuttavia stringenti limitazioni: in agricoltura può essere utilizzato solo da imprese fino a 5 dipendenti, per periodi limitati e solo per determinate categorie di lavoratori (pensionati, studenti under 25, disoccupati e percettori di strumenti di sostegno al reddito). È inoltre soggetto a determinati limiti di reddito e non può essere applicato a chi nell'anno precedente ha lavorato come operaio agricolo, né a chi ha in corso con lo stesso datore di lavoro un rapporto di lavoro subordinato o di collaborazione coordinata e continuativa, o lo abbia avuto nei 6 mesi precedenti. Per garantirne la tracciabilità, il datore di lavoro è inoltre tenuto ad inviare una comunicazione preventiva almeno un’ora prima dell’inizio della prestazione con informazioni dettagliate sul rapporto di lavoro, quali i dati identificativi del lavoratore, il luogo di svolgimento della prestazione, la durata prevista e il compenso pattuito, che deve rispettare importi minimi fissati per legge e prevedere una retribuzione minima giornaliera pari a 4 ore di lavoro anche nel caso in cui la durata effettiva sia inferiore. Il nuovo Contratto di prestazione occasionale ha quindi perso le prerogative che avevano decretato il successo dei voucher, in nome di una maggiore trasparenza, tracciabilità e correttezza. Ma la regolamentazione piuttosto rigida e un sistema burocratico complesso per molti piccoli datori di lavoro, specie quelli agricoli, sono proprio i fattori che probabilmente ne hanno impedito un’ampia diffusione, come dimostrano i dati Inps: nel 2019 i lavoratori interessati da un contratto di prestazione occasionale, nella totalità dei settori, sono stati in media 18.000 al mese, a fronte di 1,8 milioni di lavoratori retribuiti con i voucher nell'arco di tutto il 2016.

In alternativa al contratto di prestazione occasionale, restano naturalmente applicabili altre forme di rapporto di lavoro, quali i contratti a tempo determinato, lo scambio di manodopera tra coltivatori diretti, le prestazioni gratuite rese da parenti o affini.

Nell'ampio dibattito sull'adeguatezza degli strumenti contrattuali disponibili resta tuttavia colpevolmente ai margini il tema delle opportunità che le imprese del settore agricolo, così come di qualsiasi altro settore, possono cogliere tramite i servizi pubblici per l’impiego, anche attraverso le proprie associazioni di categoria o altri intermediari. A partire da un sistema di incrocio tra domanda e offerta di lavoro trasparente ed efficace, attraverso il quale è possibile mettere in contatto le aziende alla ricerca di personale con i lavoratori iscritti ai Centri per l’Impiego o registrati sui portali dedicati. In Veneto, proprio per rispondere alle difficoltà manifestate dalle imprese agricole, Regione del Veneto e Veneto Lavoro, in accordo con associazioni agricole e organizzazioni sindacali, hanno avviato il progetto di recruiting dedicato “IncontraLavoro Agricoltura”. L’iniziativa prevede che le aziende possano inviare ai Centri per l’Impiego del Veneto le proprie richieste di personale (vacancy), redatte su un apposito modello, con il dettaglio della figura ricercata, del contratto di lavoro offerto e altre informazioni inerenti il rapporto di lavoro. Gli operatori dei Centri per l’Impiego selezionano i candidati tra quelli già presenti nei propri sistemi informativi e le autocandidature pervenute tramite il portale ClicLavoro Veneto, restituendo all'impresa una lista ristretta dei candidati potenzialmente idonei, oltre a fornire un’attività di formazione sui servizi messi a disposizione di aziende e intermediari. I risultati dell’attività di recruiting non si sono fatti attendere, considerato che in poche settimane sono state raccolte oltre 50 offerte di lavoro per un totale di quasi 300 posti disponibili e alle imprese sono stati comunicati i nominativi di oltre un migliaio di lavoratori idonei.

Ciò non toglie che siano necessari strumenti contrattuali adeguati e provvedimenti ad hoc, ma è indubbio che le difficoltà di reclutamento da parte delle imprese non possano prescindere dall'individuazione e dall’attuazione di efficaci modalità di ricerca e selezione. Non solo nel settore agricolo.

 

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  • Fonte: Luca Candido - Redazione ClicLavoro Veneto

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